Il Signor Ma
Avant'ieri
Confesso Che Ho Bevuto

Podere La Torre, primavera 1976

Quando arrivai a Montalcino ero giovane. Viaggiavo con mio padre su un'automobile bianca dove il reciproco desiderio di riconoscimento si risolveva in una sequenza di silenzi, sorrisi e disaccordi.
Un giorno mentre divagavo lo sguardo sull'orizzonte arrivammo in un luogo di luce intensa; in cima a una collina vi era un rudere e intorno un pascolo e una macchia di ginestre, rovi e lecci. Dal fienile abbandonato guardavamo le nuvole passare lasciandosi ammirare dall'alto; io e mio padre eravamo sopra le nuvole sempre insieme con affetto e risentimento.

Più tardi seppi che in quel rudere era trascorsa tanta vita e che alcuni anni prima vi abitava una famiglia di mezzadri composta da diciotto persone; le tracce che rimanevano di loro erano il nero sulle pareti del forno, un odore frammisto di stalla e di farina, degli steli di paglia sparsi nell'aia e tre grandi alberi di ciliegio; intorno alla collina il vento piegava le ginestre su una terra un tempo coltivata. Quando mio padre decise di acquistare il podere non credevo che quel luogo sarebbe diventato parte della mia vita ma quella casa abbandonata - di cui ricordo ancora i primi amori tra il bianco delle pareti, le lenzuola e il vento che mi riappariva in sogno anch'esso bianco - mi conquistò presto; un'imprevista seduzione di colori incominciò con il rosa azzurro del tramonto che illuminava i volti di una luce che non conoscevo, poi il blu delle notti che si accendevano di stelle e di luci di paesi distanti e infine la luce dell'alba che svelava ogni fiore e germoglio nella meraviglia delle forme. Ma oltre alla bellezza quel luogo diffuso di luce e d'orizzonte aveva un'affinità con la mia visione dello spazio, uno spazio infinito, ricco di futuro, vita e ipotesi di miei modi di essere. A quel tempo non avevo alcuna coscienza di come fossi e largheggiavo in un mare di contorni e di baricentri; la mia concezione dello spazio si intuiva dal passo largo, a volte esitante a volte spigliato come se nell'incedere esprimessi la confusione di disinvoltura e timidezza di un essere in fieri; la mia psiche navigava ancora in una sorta d'incoscienza e con le nuvole che guardavo dall'alto condividevo le forme passeggere, il movimento e la mutevolezza. Forse quel mio essere sempre con la testa altrove non si confaceva con il mondo contadino cadenzato dalla necessità e dalle stagioni ma con i suoi abitanti scambiavo uno stesso linguaggio; infatti essendo anch'io di provenienza agricola parlavo una lingua che attingeva a un vocabolario originatosi in periodi di raccolte, semine ed attese.

Mio padre e la leggenda della Torre

L'azienda agricola La Torre nasce nel 1976 per opera di mio padre Giuseppe Ananìa che acquistò il Podere La Torre dalla famiglia Ciacci di Montalcino.
Il podere era stato fino a pochi anni prima un podere mezzadrile con allevamento di bestiame, alberi di ciliegio, coltivazioni di grano e colture promiscue di olivo e di vite. Quando giunsi con mio padre i contadini del luogo ci parlarono del Podere La Torre come di una collina conosciuta per le vipere, i funghi, l'olio e per il vino elegante e profumato. Alla sommità della collina c'era una grande casa colonica in pietra ed intorno una macchia di rovi, ginestre e lecci. La prima vigna di due ettari e mezzo la piantò mio padre nel settantasei, poi nel novanta e nel novantanove io piantai altri tre ettari cosicché adesso la vigna è di circa cinque ettari e mezzo e circoscrive la casa a ponente e a mezzogiorno. La casa, abitata al tempo della mezzadria da una famiglia di diciotto persone, comprende le cantine per la lavorazione delle uve e per l'invecchiamento del vino. Quando io e mio padre arrivammo a Montalcino sul nome "la torre" circolava una leggenda che diceva che accanto alla casa colonica vi era una torre della famiglia Sassetti che era proprietaria della collina prima della famiglia Ciacci; la leggenda diceva che a un certo punto una parte dei Sassetti scoprì dell'oro nelle fondamenta della torre e decise di distruggere l'intera costruzione per prendere l'oro e fuggire a Firenze; in effetti a Firenze esiste un Lungarno Sassetti ma non so dire se vi siano dei nessi con i Sassetti fuggiti da Montalcino e se la torre e l'oro siano esistiti lì dove adesso c'è una vigna di Brunello. Nel millenovecentosettantasei, quando mio padre piantò la prima vigna, Montalcino era ancora una comunità contadina e il vino Brunello di Montalcino era un mito per pochi grandi intenditori; poi negli anni ottanta i media incominciarono a trattare il prodotto vino, fino allora espressione del mondo agricolo contadino, come un prodotto mediatico e fu allora che il Brunello diventò un mito per tanti; fu proprio in quegli anni che divennero protagoniste grandi aziende produttrici di Brunello che inserirono i propri vini nel mercato italiano ed estero acquisendo visibilità attraverso le vie del grande circo mediatico. Io e mio padre arrivammo poco prima dell'inizio di un grande processo di trasformazione che non riguardava soltanto il passaggio del vino da prodotto agricolo a prodotto della civiltà mediatica ma anche l'adozione in campo vinicolo di nuove tecniche scientifiche nonché l'introduzione nelle aziende dei primi metodi informatici. La mia politica aziendale, condivisa da mio padre, fu di coniugare le tecniche apprese con la laurea in agraria a Firenze, con il sapere di alcuni vecchi contadini che si contraddistinguevano per la passione e per la cura precisa e puntuale della vigna e del vino. La scelta di mantenere il contatto con i contadini fu la chiave per rimanere in relazione con il territorio e per produrre vini tipici che conservavano un legame con la terra d'origine, ossia con la terra di Montalcino e in particolare con la terra del Podere La Torre; infatti in quegli anni di intensa trasformazione le aziende vinicole rischiavano di perdere la relazione con la propria terra e di privilegiare la cantina alla vigna adottando tecniche omolganti in ogni parte d'Italia. Il legame con il territorio, il terroir, come dicono i francesi, va mantenuto in maniera elastica e dinamica e non rigida e manichea come può intenderlo un modello intepretativo scioccamente assolutista o, rapportato ad oggi, scioccamente leghista; questo vuol dire che è plausibile che a Montalcino vengano coltivati altri vitigni da quelli già coltivati nella zona (è sempre successo con le grandi trasmigrazioni umane che siano arrivate uve da altre parti del mondo - vedi l'alicante che arrivò in Toscana dalla Spagna nel sedicesimo secolo) ma tenendo sempre in considerazione i vitigni autoctoni presenti e i vitigni autoctoni dimenticati nel corso degli anni; questo per una visione ampia dello spazio e del tempo e per un rispetto di ogni singola forma di vita, esistente, esistita e quindi degna di esistere. L'ultimo vino che ho creato si chiama AMPELIO ed è forse il migliore esempio esplicativo di questi miei pensieri poichè proviene da un uvaggio di tre uve autoctone, sangiovese, ciliegiolo e alicante, di cui la prima coltivata dal tempo degli etruschi, le altre portate in epoche successive da altri paesi. Il nome AMPELIO, espressione con altri nomi di una toponomastica contadina in via di estinzione (AMPELIO, SATURNO, ALISARDO, GIOCONDO, OLMO ecc.) è in memoria di un vecchio contadino amico che nella cura della vigna muoveva le mani come un artista che percepisce all'istante la sintesi fra la grazia e la necessità.